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Indigesto
"Io ti dichiarerò ciò che è scritto nel libro della verità. Nessuno mi aiuta in questo se non Michele, il vostro principe" (Dan10:21)
 
 


"Salvador mundi"


"Non nobis, Domine, non nobis: sed nomini Tuo da Gloriam"


«Ecco la croce del Signore: fuggite, schiere avversarie!
PADRE MARCO D’AVIANO


"Senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, le altre piccole o grandi speranze non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere"
Spe Salvi, Benedetto XVI


"Freedom Forever"


"Grazie Oriana"


"Per me non c'è politica che non sia contemporaneamente religione. La politica serve la religione. La politica senza la religione è una trappola per gli esseri umani, perchè uccide l'anima. Sono fermamente convinto che oggi l?Europa non stia mettendi in pratica lo sprito di Dio e del cristianesimo, bensì lo spirito di Satana"
Mahatma Gandhi


"L'unica nobiltà dell'uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell'amore. Al di fuori di questo i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che vanità e soffiar di vento, risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all'eternità ritrovata  appartiene al tempo perduto."
Redimere Tempus
Gustave Thibon



"Augusto Del Noce"


"Ero un assistente universitario di farmacologia e lavoravo a un progetto in cui si utilizzavano anche cellule embrionali. Un giorno un mio collega mi fece guardare al microscopio un embrione. Quella vistà cambiò la mia carriera scientifica. Quando vidi l'embrione, improvvisamente realizzai che c'era una piccolissima differenza tra quello e le mie due bimbe. Pensai che non potevamo continuare a distruggere embrioni per la ricerca. Ci doveva essere un'altra strada." Shinya Yamanaka

SOCIETA'
21 maggio 2008
Il crollo dei miti
 

In questi due ultimi giorni sono cascati due miti che ci portiamo dietro da tempo..

Il razzismo tra negri non esiste, gli ebrei non potrebbero mai fare roghi di libri perché li hanno subiti..

A volte la realtà è un pochino cattivella e riversa nella faccia degli increduli tutta la sua forza veritiera; in Sud Africa si sta svolgendo una mattanza nei confronti degli immigrati del Ciad, Zimbawe e Mozambico che si riversano nella più ricca nazione limitrofa, ma ad accoglierli in malo modo stavolta non sono i segregazionisti bianche dell’epoca dell’apartheid bensì si stanno scannando tra negri come direbbe qualche voce molto poco impolitically correct, quindi bisogna correre ai ripari cercare di tappare la voce a chi vorrebbe cercare le vere cause di questo razzismo nascosto sempre tenuto buono dallo slogan: l’unico modo per non essere razzisti è professare l’anti-razzismo: no racism e tutte quelle cavolate come i braccialetti bianco e nero; come se una vuota formula riuscisse a riempire il vuoto che le lacerazioni lasciano nel cuore degli uomini.


L’altro episodio più che scomodo direi paradossale avviene in una città israeliana di nome Or Yehuda nei pressi di Tel Aviv, qui il vicesindaco Uzi Aharon dava istruzioni ad ebrei ultraortodossi su come impilare ed ardere i libri, in questo caso copie del Nuovo Testamento.

Aharon ha spiegato al giornale Maariv di essere impegnato in una lotta serrata per contrastare nella sua città le attività di missionari cristiani, e la cosa più grave è che centinaia di studenti ultraortodossi hanno assistito al rogo dell’insegnamento di Gesù Cristo.

La xenofobia, il razzismo e l’odio non sono propri solo del Vecchio Continente, ma possono nascere in qualsiasi parte del mondo.

Penso che solo la consapevolezza della grandezza e della debolezza dell’essere umano permetterà di interpretare con realismo gli eventi e porre un freno a quest’intolleranza senza senso.

Prima o poi le ideologie (  grande mito del non razzismo etc etc) vengono spazzate via come polvere.

Michelangelo

9 maggio 2008
La bellezza salverà il mondo...


Quest'anno Israele, cui ricorrono i sessant'anni dalla nascita dello stato, sarà ospite di onore alla fiera del libro di Torino; le polemiche e le vili aggressioni sono ormai note, la sicurezza è a rischio e i boicottatori non aspettano che il momento buone per concretizzare il loro pacifismo nelle molotov e bandiere in fiamme..

Magdi Cristiano Allam, da poco rinato come cristiano, è noto a tutti per il suo impegno a favore di Israele e l'11 maggio presenterà il suo nuovo libro "Grazie Gesù" dove affronta il cammino che l'ha portato alla conversione dall'islam al cattolicesimo; non una conversione forzata o per interesse, ma una testimonianza di fronte alla bellezza di Dio, quella stessa bellezza che salverà il mondo...

Riporto l'intervista presa da 
http://www.magdiallam.it/node/4672


Cari Amici,
qui di seguito vi propongo la trascrizione dell'intervista che mi ha fatto stamattina Luca Giurato durante la quale annuncio il titolo del mio nuovo libro che uscirà il prossimo maggio.

Ci siamo visti prima di Pasqua e ti chiamavi Magdi Allam. Ora ti chiami Magdi Cristiano Allam. Che cosa e’ successo? Come vivi la tua nuova vita da cristiano di nome e di fatto?
La vivo come una gioia immensa per me è stata una scelta ponderata, è stato l’epilogo di un percorso che, per un destino, perché in qualche modo c’è la mano di Dio, è iniziato quando avevo quattro anni quando ho frequentato delle scuole cattoliche al Cairo. Ora ritengo di avere ritrovato un contesto religioso e valoriale appropriato dove potere collocare ideali e valori in cui ho sempre creduto.
Ti aspettavi tante polemiche giunte perfino dai cosiddetti musulmani moderati?
Sono rimasto molto rammaricato e ho avuto la netta sensazione che ci sia stato un tentativo di screditarmi per attaccare il Papa e questo io lo considero un grave errore. Sono orgoglioso di essermi convertito, di essere cattolico, sono orgoglioso che questo sia avvenuto pubblicamente perché la fede è una realtà interiore di cui dobbiamo essere orgogliosi e non dobbiamo vergognarci di annunciarla pubblicamente.
Questo Papa è un personaggio straordinario, anche lui tanto amato e tanto contestato, come è ovvio e come è stato per tutti i grandissimi personaggi. Questo suo attacco ai divorziati come lo vedi tu da nuovo cristiano?
Il matrimonio nel cattolicesimo, nella cristianità è un sacramento quindi il Papa giustamente esprime una posizione dogmatica della Chiesa. Io credo che sia un grande Papa non solo e non tanto per la sua capacità di esprimere al meglio la fede cristiana cattolica , ma soprattutto per la sua grande capacità di essere convincente sul piano della ragione, Benedetto XVI è il Papa della fede e della ragione.
So che stai dando alle stampe un tuo nuovo libro che parlerà proprio della tua esperienza religiosa. Puoi anticiparci in esclusiva il titolo e il contenuto?
E’ un libro in cui parlerò della mia conversione, del mio rapporto con Dio e ho il piacere, da amico, di anticiparvene in esclusiva il titolo che sarà “Grazie Gesù” e il sottotitolo sarà molto semplice “La mia conversione dall’islam al cattolicesimo”.
Lo scorso anno hai scritto “Viva Israele” e quest’anno Israele sarà l’ospite d’onore alla Fiera del libro di Torino il prossimo maggio. Tu ci sarai? Pensi che potrebbe essere veramente l’anno della pace con i palestinesi che tutti noi auspichiamo?
Intanto sarò alla Fiera del libro di Torino e proprio lì presenterò in anteprima il nuovo libro “Grazie Gesù”. Mi auguro ovviamente, come ci auguriamo tutti, che il 2008 possa essere veramente l’anno della pace così come i leaders israeliani e palestinesi si sono ripromessi ad Annapolis. Ci rendiamo conto che ci sono delle difficoltà in alcune zone e a Gaza, ma il mio auspicio è che la nuova amministrazione americana ed europea si impegnino a fondo per sciogliere i nodi principali, innanzitutto la questione economica. Migliorando la condizione economica dei palestinesi si incentiverà e si creerà un nesso tra la loro condizione di vita e la pace.
C’è il grande enigma dell’Iran, del presidente Ahmadinejad. Obama durante la sua campagna elettorale ha detto che se vincerà incontrerà tutti, anche Ahmadinejad. Secondo te ci potrà essere un’apertura anche su questo fronte delicatissimo con le minacce dell’Iran a Israele?
Oggi ovviamente il regime iraniano è la principale minaccia alla sicurezza internazionale perché come hai detto è un regime che minaccia di distruggere Israele e, al tempo stesso, violando le risoluzioni delle Nazioni Unite persegue l’obiettivo di dotarsi dell’arma atomica. Credo che sia sbagliato accreditare questo regime fintanto che non rispetti la legalità internazionale, non ci si può sedere al tavolo con chi viola la legalità internazionale e ignora i diritti fondamentali della persona.
Hilary Clinton ha detto che Bush fa male ad andare a Pechino e che dovrebbe boicottare i Giochi olimpici. In questa drammatica situazione la fiaccola sta per arrivare a San Francisco dopo gli incidenti di Londra e di Parigi. A tuo giudizio, bisogna andare o non andare?
Certo ci saremmo dovuti arrivare molto prima a questo interrogativo che vede la Cina, da un lato come un gigante sul piano dell’economia e dall’altro come un paese che viola in modo flagrante i diritti fondamentali della persona. Sollevare questo caso in occasione delle Olimpiadi mi sembra riduttivo e mi auguro che il tema diventi parte integrante di un intervento delle Nazioni Unite.
Ti sembra possibile che Bush che ha un paese in crisi e che dipende interamente dalla Cina possa non partecipare ai Giochi? A me sembra assurdo.
Il boicottaggio sarebbe un errore, mentre dobbiamo tutti quanti insieme porre all’ordine del giorno delle relazioni bilaterali con la Cina e con tutti quei regimi che violano i diritti fondamentali della persona, il rispetto di questi ultimi.
Ti sei sempre occupato di immigrazione. Tu stesso sei un immigrato di successo in Italia. Oggi sia Berlusconi sia Veltroni si dicono d’accordo sul voto degli immigrati alle amministrative. Tu sei favorevole o contrario?
Noi dobbiamo domandarci a che cosa serve il voto alle amministrative. Se l’obiettivo è quello di mettere la cittadinanza nella condizione di partecipare al miglioramento della situazione sul terreno, allora io credo che il voto debba restare prerogativa dei cittadini e questo mi rendo conto che da parte di chi è momentaneamente presente per migliorare le proprie condizioni di vita non esiste in lui questa istanza. Quindi agevoliamo magari il percorso che porta gli immigrati a diventare cittadini ma il voto deve restare prerogativa dei cittadini.
Voterai?
E’ un vero dilemma.

SOCIETA'
28 aprile 2008
L'ultimo baluardo della ragione
 



DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

New York
Venerdì, 18 aprile 2008

Signor Presidente
Signore e Signori,

nel dare inizio al mio discorso a questa Assemblea, desidero anzitutto esprimere a Lei, Signor Presidente, la mia sincera gratitudine per le gentili parole a me dirette. Uguale sentimento va anche al Segretario Generale, il Signor Ban Ki-moon, per avermi invitato a visitare gli uffici centrali dell’Organizzazione e per il benvenuto che mi ha rivolto. Saluto gli Ambasciatori e i Diplomatici degli Stati Membri e quanti sono presenti: attraverso di voi, saluto i popoli che qui rappresentate. Essi attendono da questa Istituzione che porti avanti l’ispirazione che ne ha guidato la fondazione, quella di un “centro per l’armonizzazione degli atti delle Nazioni nel perseguimento dei fini comuni”, la pace e lo sviluppo (cfr Carta delle Nazioni Unite, art. 1.2-1.4). Come il Papa Giovanni Paolo II disse nel 1995, l’Organizzazione dovrebbe essere “centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una ‘famiglia di nazioni’” (Messaggio all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 50° anniversario della fondazione, New York, 5 ottobre 1995, 14).

Mediante le Nazioni Unite, gli Stati hanno dato vita a obiettivi universali che, pur non coincidendo con il bene comune totale dell’umana famiglia, senza dubbio rappresentano una parte fondamentale di quel bene stesso. I principi fondativi dell’Organizzazione - il desiderio della pace, la ricerca della giustizia, il rispetto della dignità della persona, la cooperazione umanitaria e l’assistenza - esprimono le giuste aspirazioni dello spirito umano e costituiscono gli ideali che dovrebbero sottostare alle relazioni internazionali. Come i miei predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno osservato da questo medesimo podio, si tratta di argomenti che la Chiesa Cattolica e la Santa Sede seguono con attenzione e con interesse, poiché vedono nella vostra attività come problemi e conflitti riguardanti la comunità mondiale possano essere soggetti ad una comune regolamentazione. Le Nazioni Unite incarnano l’aspirazione ad “un grado superiore di orientamento internazionale” (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 43), ispirato e governato dal principio di sussidiarietà, e pertanto capace di rispondere alle domande dell’umana famiglia mediante regole internazionali vincolanti ed attraverso strutture in grado di armonizzare il quotidiano svolgersi della vita dei popoli. Ciò è ancor più necessario in un tempo in cui sperimentiamo l’ovvio paradosso di un consenso multilaterale che continua ad essere in crisi a causa della sua subordinazione alle decisioni di pochi, mentre i problemi del mondo esigono interventi nella forma di azione collettiva da parte della comunità internazionale.

Certo, questioni di sicurezza, obiettivi di sviluppo, riduzione delle ineguaglianze locali e globali, protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima, richiedono che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino una prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta. Penso in particolar modo a quei Paesi dell’Africa e di altre parti del mondo che rimangono ai margini di un autentico sviluppo integrale, e sono perciò a rischio di sperimentare solo gli effetti negativi della globalizzazione. Nel contesto delle relazioni internazionali, è necessario riconoscere il superiore ruolo che giocano le regole e le strutture intrinsecamente ordinate a promuovere il bene comune, e pertanto a difendere la libertà umana. Tali regole non limitano la libertà; al contrario, la promuovono, quando proibiscono comportamenti e atti che operano contro il bene comune, ne ostacolano l’effettivo esercizio e perciò compromettono la dignità di ogni persona umana. Nel nome della libertà deve esserci una correlazione fra diritti e doveri, con cui ogni persona è chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fatte in conseguenza dell’entrata in rapporto con gli altri. Qui il nostro pensiero si rivolge al modo in cui i risultati delle scoperte della ricerca scientifica e tecnologica sono stati talvolta applicati. Nonostante gli enormi benefici che l’umanità può trarne, alcuni aspetti di tale applicazione rappresentano una chiara violazione dell’ordine della creazione, sino al punto in cui non soltanto viene contraddetto il carattere sacro della vita, ma la stessa persona umana e la famiglia vengono derubate della loro identità naturale. Allo stesso modo, l’azione internazionale volta a preservare l’ambiente e a proteggere le varie forme di vita sulla terra non deve garantire soltanto un uso razionale della tecnologia e della scienza, ma deve anche riscoprire l’autentica immagine della creazione. Questo non richiede mai una scelta da farsi tra scienza ed etica: piuttosto si tratta di adottare un metodo scientifico che sia veramente rispettoso degli imperativi etici.

Il riconoscimento dell’unità della famiglia umana e l’attenzione per l’innata dignità di ogni uomo e donna trovano oggi una rinnovata accentuazione nel principio della responsabilità di proteggere. Solo di recente questo principio è stato definito, ma era già implicitamente presente alle origini delle Nazioni Unite ed è ora divenuto sempre più caratteristica dell’attività dell’Organizzazione. Ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura che dall’uomo. Se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire con i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri strumenti internazionali. L’azione della comunità internazionale e delle sue istituzioni, supposto il rispetto dei principi che sono alla base dell’ordine internazionale, non deve mai essere interpretata come un’imposizione indesiderata e una limitazione di sovranità. Al contrario, è l’indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale. Ciò di cui vi è bisogno e una ricerca più profonda di modi di prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione.

Il principio della “responsabilità di proteggere” era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati: nel tempo in cui il concetto di Stati nazionali sovrani si stava sviluppando, il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli. Ora, come allora, tale principio deve invocare l’idea della persona quale immagine del Creatore, il desiderio di una assoluta ed essenziale libertà. La fondazione delle Nazioni Unite, come sappiamo, coincise con il profondo sdegno sperimentato dall’umanità quando fu abbandonato il riferimento al significato della trascendenza e della ragione naturale, e conseguentemente furono gravemente violate la libertà e la dignità dell’uomo. Quando ciò accade, sono minacciati i fondamenti oggettivi dei valori che ispirano e governano l’ordine internazionale e sono minati alla base quei principi cogenti ed inviolabili formulati e consolidati dalle Nazioni Unite. Quando si è di fronte a nuove ed insistenti sfide, è un errore ritornare indietro ad un approccio pragmatico, limitato a determinare “un terreno comune”, minimale nei contenuti e debole nei suoi effetti.

Il riferimento all’umana dignità, che è il fondamento e l’obiettivo della responsabilità di proteggere, ci porta al tema sul quale siamo invitati a concentrarci quest’anno, che segna il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il documento fu il risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerare la persona umana essenziale per il mondo della cultura, della religione e della scienza. I diritti umani sono sempre più presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle relazioni internazionali. Allo stesso tempo, l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti umani servono tutte quali garanzie per la salvaguardia della dignità umana. È evidente, tuttavia, che i diritti riconosciuti e delineati nella Dichiarazione si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l’interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.

La vita della comunità, a livello sia interno che internazionale, mostra chiaramente come il rispetto dei diritti e le garanzie che ne conseguono siano misure del bene comune che servono a valutare il rapporto fra giustizia ed ingiustizia, sviluppo e povertà, sicurezza e conflitto. La promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza. Certo, le vittime degli stenti e della disperazione, la cui dignità umana viene violata impunemente, divengono facile preda del richiamo alla violenza e possono diventare in prima persona violatrici della pace. Tuttavia il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere non si può realizzare semplicemente con l’applicazione di procedure corrette e neppure mediante un semplice equilibrio fra diritti contrastanti. Il merito della Dichiarazione Universale è di aver permesso a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali di convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti. Oggi però occorre raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione e di comprometterne l’intima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari. La Dichiarazione fu adottata come “comune concezione da perseguire” (preambolo) e non può essere applicata per parti staccate, secondo tendenze o scelte selettive che corrono semplicemente il rischio di contraddire l’unità della persona umana e perciò l’indivisibilità dei diritti umani.

L’esperienza ci insegna che spesso la legalità prevale sulla giustizia quando l’insistenza sui diritti umani li fa apparire come l’esclusivo risultato di provvedimenti legislativi o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di coloro che sono al potere. Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Al contrario, la Dichiarazione Universale ha rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti umani è radicato principalmente nella giustizia che non cambia, sulla quale si basa anche la forza vincolante delle proclamazioni internazionali. Tale aspetto viene spesso disatteso quando si tenta di privare i diritti della loro vera funzione in nome di una gretta prospettiva utilitaristica. Dato che i diritti e i conseguenti doveri seguono naturalmente dall’interazione umana, è facile dimenticare che essi sono il frutto di un comune senso della giustizia, basato primariamente sulla solidarietà fra i membri della società e perciò validi per tutti i tempi e per tutti i popoli. Questa intuizione fu espressa sin dal quinto secolo da Agostino di Ippona, uno dei maestri della nostra eredità intellettuale, il quale ebbe a dire riguardo al Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a teche tale massima “non può in alcun modo variare a seconda delle diverse comprensioni presenti nel mondo” (De doctrina christiana, III, 14). Perciò, i diritti umani debbono esser rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori.

Signore e Signori, mentre la storia procede, sorgono nuove situazioni e si tenta di collegarle a nuovi diritti. Il discernimento, cioè la capacità di distinguere il bene dal male, diviene ancor più essenziale nel contesto di esigenze che riguardano le vite stesse e i comportamenti delle persone, delle comunità e dei popoli. Affrontando il tema dei diritti, dato che vi sono coinvolte situazioni importanti e realtà profonde, il discernimento è al tempo stesso una virtù indispensabile e fruttuosa.

Il discernimento, dunque, mostra come l’affidare in maniera esclusiva ai singoli Stati, con le loro leggi ed istituzioni, la responsabilità ultima di venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e popoli interi può talvolta avere delle conseguenze che escludono la possibilità di un ordine sociale rispettoso della dignità e dei diritti della persona. D’altra parte, una visione della vita saldamente ancorata alla dimensione religiosa può aiutare a conseguire tali fini, dato che il riconoscimento del valore trascendente di ogni uomo e ogni donna favorisce la conversione del cuore, che poi porta ad un impegno di resistere alla violenza, al terrorismo ed alla guerra e di promuovere la giustizia e la pace. Ciò fornisce inoltre il contesto proprio per quel dialogo interreligioso che le Nazioni Unite sono chiamate a sostenere, allo stesso modo in cui sostengono il dialogo in altri campi dell’attività umana. Il dialogo dovrebbe essere riconosciuto quale mezzo mediante il quale le varie componenti della società possono articolare il proprio punto di vista e costruire il consenso attorno alla verità riguardante valori od obiettivi particolari. È proprio della natura delle religioni, liberamente praticate, il fatto che possano autonomamente condurre un dialogo di pensiero e di vita. Se anche a tale livello la sfera religiosa è tenuta separata dall’azione politica, grandi benefici ne provengono per gli individui e per le comunità. D’altro canto, le Nazioni Unite possono contare sui risultati del dialogo fra religioni e trarre frutto dalla disponibilità dei credenti a porre le propri esperienze a servizio del bene comune. Loro compito è quello di proporre una visione della fede non in termini di intolleranza, di discriminazione e di conflitto, ma in termini di rispetto totale della verità, della coesistenza, dei diritti e della riconciliazione.

Ovviamente i diritti umani debbono includere il diritto di libertà religiosa, compreso come espressione di una dimensione che è al tempo stesso individuale e comunitaria, una visione che manifesta l’unità della persona, pur distinguendo chiaramente fra la dimensione di cittadino e quella di credente. L’attività delle Nazioni Unite negli anni recenti ha assicurato che il dibattito pubblico offra spazio a punti di vista ispirati ad una visione religiosa in tutte le sue dimensioni, inclusa quella rituale, di culto, di educazione, di diffusione di informazioni, come pure la libertà di professare o di scegliere una religione. È perciò inconcepibile che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti. I diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve esser tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale. In verità, già lo stanno facendo, ad esempio, attraverso il loro coinvolgimento influente e generoso in una vasta rete di iniziative, che vanno dalle università, alle istituzioni scientifiche, alle scuole, alle agenzie di cure mediche e ad organizzazioni caritative al servizio dei più poveri e dei più marginalizzati. Il rifiuto di riconoscere il contributo alla società che è radicato nella dimensione religiosa e nella ricerca dell’Assoluto – per sua stessa natura, espressione della comunione fra persone – privilegerebbe indubbiamente un approccio individualistico e frammenterebbe l’unità della persona.

La mia presenza in questa Assemblea è un segno di stima per le Nazioni Unite ed è intesa quale espressione della speranza che l’Organizzazione possa servire sempre più come segno di unità fra Stati e quale strumento di servizio per tutta l’umana famiglia. Essa mostra pure la volontà della Chiesa Cattolica di offrire il contributo che le è proprio alla costruzione di relazioni internazionali in un modo che permetta ad ogni persona e ad ogni popolo di percepire di poter fare la differenza. La Chiesa opera inoltre per la realizzazione di tali obiettivi attraverso l’attività internazionale della Santa Sede, in modo coerente con il proprio contributo nella sfera etica e morale e con la libera attività dei propri fedeli. Indubbiamente la Santa Sede ha sempre avuto un posto nelle assemblee delle Nazioni, manifestando così il proprio carattere specifico quale soggetto nell’ambito internazionale. Come hanno recentemente confermato le Nazioni Unite, la Santa Sede offre così il proprio contributo secondo le disposizioni della legge internazionale, aiuta a definirla e ad essa fa riferimento.

Le Nazioni Unite rimangono un luogo privilegiato nel quale la Chiesa è impegnata a portare la propria esperienza “in umanità”, sviluppata lungo i secoli fra popoli di ogni razza e cultura, e a metterla a disposizione di tutti i membri della comunità internazionale. Questa esperienza ed attività, dirette ad ottenere la libertà per ogni credente, cercano inoltre di aumentare la protezione offerta ai diritti della persona. Tali diritti sono basati e modellati sulla natura trascendente della persona, che permette a uomini e donne di percorrere il loro cammino di fede e la loro ricerca di Dio in questo mondo. Il riconoscimento di questa dimensione va rafforzato se vogliamo sostenere la speranza dell’umanità in un mondo migliore, e se vogliamo creare le condizioni per la pace, lo sviluppo, la cooperazione e la garanzia dei diritti delle generazioni future.

Nella mia recente Enciclica Spe salvi, ho sottolineato “che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione” (n. 25). Per i cristiani tale compito è motivato dalla speranza che scaturisce dall’opera salvifica di Gesù Cristo. Ecco perché la Chiesa è lieta di essere associata all’attività di questa illustre Organizzazione, alla quale è affidata la responsabilità di promuovere la pace e la buona volontà in tutto il mondo. Cari amici, vi ringrazio per l’odierna opportunità di rivolgermi a voi e prometto il sostegno delle mie preghiere per il proseguimento del vostro nobile compito.

POLITICA
2 aprile 2008
Alfieri della Libertà...


Leggete bene..

"Ferrara, doveva abortire tua madre"..

Poche parola ma racchiudono un'ignoranza bestiale..
Certi temi non possono essere toccati perchè le folle ideologizzate al solo pensiero che il diritto all'aborto(poi mi devon ancora spiegare che diritto è quello di porre fine ad un'esistenza..) possa essere discusso saltano su, si arrovellano e arrivano a scagliare pietre, uova, pomodori, urlano
sproloqui, inneggiano al sesso libero...

Ma come diamine è possibile che nel 2008 un povero cristo per parlare in pubblico delle sue idee, in piena libertà di coscienza, debba essere scortato da forze dell'ordine perchè altrimenti lo linciano??

Fosse successo ad un altro che guardacaso fosse stato a favore dell'aborto e ci fossero stati dei manifestanti, non dico dei criminali come questi, con dei cartelli inneggianti alla vita..
beh, i soliti cattolici bigotti intransigenti, intolleranti...

Apriamo gli occhi, questa gente ci fa ridere e va allontanata con le buone e con le cattive..
Ha ragione Ferrara.. l'aborto è squallido...

Ferrara fa bene a difendere la vita, però è vero che la mamma dei coglioni è sempre incinta...

Michelangelo
sentimenti
31 marzo 2008
Un ultimo grido di libertà...



Ieri se ne è andato un grande testimone della storia del novecento, l'ha vissuta sulla sua pelle e ne ha permesso la conoscenza a milioni di persone nel mondo.
Si chiamava Dith Pran.
Riporto un articolo che riassume la sua vita, il suo coraggio e la sua voglia di libertà.
Il silenzio lo ha avvolto per sempre.

Dith Pran, fotoreporter del New York Times, ha lasciato le urla del mondo.

Un cancro al pancreas gli ha tolto la vita oggi, a 65 anni, a New Brunswick, nello stato del New Jersey. Lo ha raccontato Sydney H. Schanberg, suo amico fraterno.

La loro storia è conosciuta da tutti grazie al film Urla nel silenzio (titolo originale Killing Fields).

Il profondo legame che legava questi due uomini nasce nel 1975 in Cambogia, dove si erano incontrati durante la rivoluzione.

Dith, laureato in chirurgia, aiuta molti giornalisti occidentali. Tra cui anche Tiziano Terzani. Poi diventa interprete di Schanberg, a quel tempo inviato del Times a Pnom Penh.

Lavorano fianco a fianco, rischiano la vita per raccontare la verità, sono inseparabili. Sino a quandole truppe comuniste dei Khmer Rossi entrano nella capitale e inizia la barbarie.

Dith riesce a salvare Schanberg e altri reporter occidentali arrestati dai liberatori. Tutti si rifugiano nella sede dell’Ambasciata francese.

Solo i giornalisti, però, riescono a partire in elicottero. L’amico cambogiano, nonostante il passaporto falso, rimane. Per lui, come per molti altri suoi connazionali, inizia il terrore.

In quel periodo due milioni di uomini, donne e bambini vengono assassinati nei campi di lavoro Khmer. Devono essere rieducati al delirio marxista di Pol Pot e i suoi miti dda buon selvaggio.

Per quattro anni mezzo Dith vive lì, dove un gesto o una parola in più sono morte.

Racconterà poi che, per sopravvivere, molte persone erano costrette a mangiare insetti, topi e anche corpi di gente appena uccisa.

Schanberg torna negli Usa, vince il Premio Pulitzer, denunciando le responsabilità del governo americano nella regione.

Lo ritira in nome dell’amico, perché Dith non sia dimenticato, perché le urla del suo coraggio vivano nella memoria.

Solo nel 1978 con l’invasione vietnamita della Cambogia, il fotoreporter riesce a fuggire e a tornare a casa. Lì scopre che tutta la sua famiglia è stata assassinata.

I nuovi liberatori lo nominano capo villaggio, ma Dith scappa un’altra volta. Attraversa sessanta miglia di campi e giungla. Due suoi compagni saltano in aria su una mina.

Lui ce la fa. Passa il confine tailandese e riabbraccia Schanberg. Grazie all’amico raggiunge l’America dove diventa un personaggio famoso.

Fonda il Dith Pran Holocaust Awareness Project perché la verità non venga dimenticata e l’orrore non si ripeta.

In una delle ultime interviste prima di morire ha detto: “Una volta è troppo”.

Addio Dith

Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis.
Requiescant in pacem
Amen

Michelangelo

24 marzo 2008
Cristo è risorto


Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto;
ma ora, vivo, trionfa.


Michelangelo

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diritti
16 marzo 2008
Evviva il comunismo e la Libertà...


And the battles just begun
Theres many lost, but tell me who has won
The trench is dug within our hearts
And mothers, children, brothers, sisters torn apart

Sunday, bloody sunday
Sunday, bloody sunday

How long...
How long must we sing this song?
How long? how long...

Mai come oggi queste parole risuonano nei nostri cuori..
Speravamo che gli orrori del secolo scorso fossero finiti, che finalmente l'uomo potesse essere libero di nascere di vivere, di sognare..

Stiamo assistendo all'ultima delle innumerevoli mattanze di un regime totalitario comunista che falcia milioni di esseri umani perchè non vogliono piegarsi al loro dominio, combattono per la loro libertà a costo della vita e di decenni all'interno di lager tropicali chiamati "laogai" inventati dal Grande Timoniere Mao Tse-Tung,che  grazie a quasi sei milioni di persone forniscono manodopera gratuita al leviatano socialista..

I nostri governi sono impotenti ma noi nel nostro intimo possiamo riflettere e pensare a quello che sta succedendo nel mondo a causa di quella maledette idee che promettono libertà ma offrono solo la morte..

Quanta indifferenza occorre per voltare lo sguardo e non voler vedere le lacrime e il sangue dei monaci che sfilano e manifestano per il loro popolo??
Basta una coltre ideologica che intorpidisca le coscienze..

Stringiamoci attorno al popolo tibetano che subisce queste persecuzioni da troppo tempo..

And its true we are immune
When fact is fiction and tv reality
And today the millions cry
We eat and drink while tomorrow they die

The real battle yet begun (sunday, bloody sunday)
To claim the victory jesus won (sunday, bloody sunday)
On...

Sunday bloody sunday
Sunday bloody sunday...

Michelangelo
POLITICA
10 febbraio 2008
Ricordiamoci di Ricordare


Scusatemi se le immagini turberanno le vostre coscienze ma di fronte al dolore è doveroso guardare in faccia il dolore, perchè non esistono interpretazioni ma fatti, fatti di inaudita violenza e altrettanto violentemente rilegati nel fondo di una foiba nel quale sono stati gettati.

Giusto ieri mi è stato domandato cosa fossero queste foibe, da dove vengono, perchè le ricordiamo e perchè vi è una legge del nostro Stato, la l. 30 marzo 2004, n. 92 , che porta agli onori questa giornata.

Mi è stato chiesto da dei ragazzi diciannovenni che avendo finito la scuola dell'bbligo dovrebbero saperlo ma forse i libri di testo erano ancora quelli vecchi stampo, unidirezionali dove quello che è scomodo è meglio che non si sappia..

Che importanza ha, oggi, vedere quei corpi senza vita gettati in un pozzo solo perchè erano italiani, come me che stò scrivendo, persone che non avevano colpe se non quelle di essere il "nemico" o forse eran vittime necesarie per i piani di potere del comunismo internazionale..

"Ricordo le migliaia e migliaia di uomini, donne, anziani e bambini, lasciati morire nel buio di una foiba, seppelliti vivi tra i morti. Perchè si risparmiassero le pallottole"

Questo Giorno del Ricordo è unito da un filo rosso alla Giornata della Libertà:

Legge 15 aprile 2005, n. 61

"Istituzione del «Giorno della libertà» in data 9 novembre in ricordo dell'abbattimento del muro di Berlino"

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 95 del 26 aprile 2005


ART. 1.

1. La Repubblica italiana dichiara il 9 novembre «Giorno della libertà», quale ricorrenza dell'abbattimento del muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di Paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo.

2. In occasione del «Giorno della libertà», di cui al comma 1, vengono annualmente organizzati cerimonie commemorative ufficiali e momenti di approfondimento nelle scuole che illustrino il valore della democrazia e della libertà evidenziando obiettivamente gli effetti nefasti dei totalitarismi passati e presenti.



Chi ricorda le vittime dei totalitarismi rispetta la legge..

Non penso esistano vittime di serie A e di serie B come ci hanno fatto credere, spero che queste giornate ci portino sempre più vivo il ricordo delle vittime "dimenticate" volutamente dagli assassini che le hanno uccise due volte...




IO RICORDO...

Michelangelo
politica estera
1 febbraio 2008
Inclassificabil...
Oggi pomeriggio in Iraq è accaduto uno dei peggiori episodi che la storia abbia mai raccontato:

Due donne imbottite di esplosivo affette dalla sindrome di Down e non in grado di farsi esplodere da sole, quindi inconsapevoli del loro triste destino, usate come vettori di morte munite di detonatore attivato a distanza con un radiocomando. E' la "probabile" dinamica della strage avvenuta questa mattina a Baghdad, ma il ritrovamento di due telefoni cellulari ce ne da la certezza..

Il bilancio dei due attentati continua intanto ad aggravarsi: 68 morti e almeno 165 feriti, secondo fonti ospedaliere e della polizia. La prima esplosione ha ucciso 46 persone e ne ha ferite più di cento, la seconda (venti minuti dopo, in un altro mercato di animali) ha provocato 22 morti e 65 feriti.

Michelangelo

SCIENZA
29 gennaio 2008
Fides et Ratio.. secondo Benedetto XVI



In questo articolo riporto il testo di un discorso del Papa sul tema della scienza, non ho voluto aggiungere nulla perchè mi è sembrato esaustivo e permette di intavolare una discussione.
Visto che il tema è stato più volte oggetto di dibattito su questo blog ho colto l'occasione per fornire il punto di vista cattolico sulla scienza.
                                                                Michelangelo




DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO INTER-ACCADEMICO
"L'IDENTITÀ MUTEVOLE DELL'INDIVIDUO"
PROMOSSO DALLA "ACADÉMIE DES SCIENCES" DI PARIGI
E DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE
Sala dei Papi
Lunedì, 28 gennaio 2008

Signori Cancellieri,
Eccellenze,
Cari Amici Accademici,
Signore e Signori,

È con piacere che vi accolgo al termine del vostro Convegno che si conclude qui a Roma, dopo essersi svolto nell'Istituto di Francia, a Parigi, e che è stato dedicato al tema "L'Identità mutevole dell'individuo". Ringrazio prima di tutto il Principe Gabriel de Broglie per le parole di omaggio con le quali ha voluto introdurre il nostro incontro. Desidero parimenti salutare i membri di tutte le istituzioni sotto la cui egida è stato organizzato questo Convegno: la Pontificia Accademia delle Scienze, la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, l'Accademia delle Scienze Morali e Politiche, l'Accademia delle Scienze, l'Istituto Cattolico di Parigi. Sono lieto del fatto che, per la prima volta, una collaborazione interaccademica di tale natura si sia potuto instaurare, aprendo la via ad ampie ricerche pluridisciplinari sempre più feconde.

Mentre le scienze esatte, naturali e umane, hanno fatto prodigiosi progressi nella conoscenza dell'uomo e del suo universo, grande è la tentazione di voler circoscrivere completamente l'identità dell'essere umano e di chiuderlo nel sapere che ne può derivare. Per non intraprendere questa via, è importante dare voce alla ricerca antropologica, filosofica e teologica, che permette di far apparire e mantenere nell'uomo il suo mistero, poiché nessuna scienza può dire chi è l'uomo, da dove viene e dove va. La scienza dell'uomo diviene dunque la più necessaria di tutte le scienze. È il concetto espresso da Giovanni Paolo II nell'Enciclica Fides et ratio: "Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l'interiorità dell'uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge" (n. 83). L'uomo va sempre al di là di quello che di lui si vede o si percepisce attraverso l'esperienza. Trascurare l'interrogativo sull'essere dell'uomo porta inevitabilmente a rifiutare di ricercare la verità obiettiva sull'essere nella sua integrità e, in tal modo, a non essere più capaci di riconoscere il fondamento sul quale riposa la dignità dell'uomo, di ogni uomo, dalla fase embrionale fino alla sua morte naturale.

Nel corso del vostro convegno, avete sperimentato che le scienze, la filosofia e la teologia possono aiutarsi nel percepire l'identità dell'uomo, che è sempre in divenire. A partire da un interrogativo sul nuovo essere derivato dalla fusione cellulare, che è portatore di un patrimonio genetico nuovo e specifico, avete messo in luce elementi fondamentali del mistero dell'uomo, caratterizzato dalla alterità: essere creato da Dio, essere a immagine di Dio, essere amato fatto per amare. In quanto essere umano, non è mai chiuso in se stesso; è sempre portatore di alterità e si trova fin dalla sua origine ad interagire con altri esseri umani, come ci rivelano sempre più le scienze umane. Come non ricordare qui la meravigliosa meditazione del salmista sull'essere umano, tessuto nel segreto del seno di sua madre e allo stesso tempo conosciuto, nella sua identità e nel suo mistero, da Dio solo, che lo ama e lo protegge (cfr Sal 138, 1-16)!

L'uomo non è il frutto del caso, e neppure di un insieme di convergenze, di determinismi o di interazioni psico-chimiche; è un essere che gode di una libertà che, pur tenendo conto della sua natura, la trascende, e che è il segno del mistero di alterità che lo abita. È in questa prospettiva che il grande pensatore Pascal diceva che "l'uomo supera infinitamente l'uomo". Questa libertà, che è propria dell'essere uomo, fa sì che quest'ultimo possa orientare la sua vita verso un fine, possa, con le azioni che compie, volgersi verso la felicità alla quale è chiamato per l'eternità. Questa libertà dimostra che l'esistenza dell'uomo ha un senso. Nell'esercizio della sua autentica libertà, la persona soddisfa la sua vocazione; si realizza e dà forma alla sua identità profonda. È anche nella messa in atto della sua libertà che esercita la propria responsabilità sulle sue azioni. In tal senso, la dignità particolare dell'essere umano è al contempo un dono di Dio e la promessa di un futuro.

L'uomo ha in sé una capacità specifica: quella di discernere ciò che è buono e bene. Posta in lui dal Creatore come un sigillo, la sinderesi lo spinge a fare il bene. Maturo grazie ad essa, l'uomo è chiamato a sviluppare la propria coscienza attraverso la formazione e l'esercizio, per procedere liberamente nell'esistenza, fondandosi sulle leggi fondamentali che sono la legge naturale e quella morale. Nella nostra epoca, in cui lo sviluppo delle scienze attira e seduce mediante le possibilità offerte, è più importante che mai educare le coscienze dei nostri contemporanei, affinché la scienza non divenga il criterio del bene e l'uomo sia rispettato come il centro del creato e non sia oggetto di manipolazioni ideologiche, né di decisioni arbitrarie o abusi dei più forti sui più deboli. Pericoli di cui abbiamo conosciuto le manifestazioni nel corso della storia umana, e in particolare nel corso del ventesimo secolo.

Qualsiasi pratica scientifica deve essere anche una pratica di amore, chiamata a mettersi al servizio dell'uomo e dell'umanità, e ad apportare il suo contribuito all'edificazione dell'identità delle persone. In effetti, come ho sottolineato nell'Enciclica Deus caritas est, "L'amore comprende la totalità dell'esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo... Amore è "estasi"... ma estasi come cammino, come esodo permanente dell'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, proprio così verso il ritrovamento di sé" (n. 6). L'amore fa uscire da se stessi per scoprire e riconoscere l'altro; aprendo all'alterità, afferma anche l'identità del soggetto, poiché l'altro mi rivela me stesso. In tutta la Bibbia è questa l'esperienza fatta, a partire da Abramo, da numerosi credenti. Il modello per eccellenza dell'amore è Cristo. È nell'atto di dare la propria vita per i fratelli, di donarsi completamente che si manifesta la sua identità profonda e che troviamo la chiave di lettura del mistero insondabile del suo essere e della sua missione.

Affidando le vostre ricerche all'intercessione di San Tommaso d'Aquino, che la Chiesa onora in questo giorno e che resta un "un autentico modello per quanti ricercano la verità" (Fides et ratio, n. 78), vi assicuro della mia preghiera per voi, per le vostre famiglie e per i vostri collaboratori, e imparto a tutti con affetto la Benedizione Apostolica.

                                                                                                                     Benedetto XVI

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